CLIMATE ACTION 100+, è ora di agire.

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Sostenibilità nel lungo termine. E gestione del rischio.

Le politiche a tutela dell’ambiente stanno rivoluzionando la finanza globale, grazie all’iniziativa Climate Action 100+. Facciamo chiarezza e torniamo al mese di dicembre 2017, quando a Parigi era in corso il One Planet Summit, organizzato per fare un punto sull’Accordo di Parigi a due anni esatti dalla sua firma. In quell’occasione, un pool di grandi investitori decise di dar vita alla campagna Climate Action 100+, gruppo di pressione che raggruppa ormai oltre 370 Investment manager, con asset combinati ormai per 41mila miliardi di dollari, che cerca di spingere le grandi aziende, quelle con maggiori emissioni inquinanti (responsabili di oltre due terzi delle emissioni di gas serra di origine industriale) a porre in essere le azioni necessarie nelle organizzazioni e nelle strategie per combattere il cambiamento climatico.

Le loro pressioni hanno dato i frutti sperati?

Il primo Progress Report, pubblicato a inizio ottobre 2019, è ancora molto cauto. Il report inizia con le note positive, che a sorpresa arrivano dai settori più ostici, quelli in cui ridurre il proprio impatto ambientale è particolarmente difficile. È il caso di Maersk, il più grande armatore di navi mercantili al mondo, e del colosso alimentare Nestlè, che promettono di azzerare le emissioni nette entro il 2050. O della compagnia anglo-svizzera Glencore, che ha imposto un tetto alla produzione di carbone, di cui tuttora è la più grande esportatrice al mondo. L’assoluta maggioranza, però, è ancora molto in ritardo. È vero che il 70 per cento delle 161 aziende ha stabilito dei target di riduzione delle emissioni nel lungo periodo, ma questi sono in larga parte insufficienti. Solo nel 9 per cento dei casi, infatti, sono in linea con l’obiettivo minimo fissato dall’accordo di Parigi sul clima, cioè il contenimento del riscaldamento globale entro i due gradi centigradi rispetto ai livelli preindustriali.

È ora di agire. E di prepararsi.

Il rischio è quello di essere scartati, di non rientrare più nei portfolio dei grandi investitori istituzionali. Non si tratta solo, come dire, di pulirsi la coscienza. Ma piuttosto di prospettive di reddito e di rendimenti che nel futuro rischiano di allontanarsi a fronte della crescente sensibilità delle persone al problema clima. Le aziende più virtuose hanno maggiori possibilità di trovare investitori. Secondo gli ultimi dati di Bloomberg, nel 2019 gli ETF (Exchange Traded Funds) che hanno nel loro portfolio società con strategie legate ai parametri ambientali, sociali e di governance ESG hanno raggiunto la cifra record di 8 miliardi di dollari. Climate Action 100+ con le sue campagne per promuovere la sostenibilità, e il suo formidabile pacchetto di mischia di 370 investitori globali, ha l’ambizione di diventare il più grande, ricco e benevolente pungolo ambientale che il mondo corporate abbia mai avuto, per spingere le aziende a spiegare come il climate change può impattare sul loro business nel medio e lungo termine. In modo che gli azionisti possano decidere se investire ancora i loro soldi in aziende che non sono preparate per il futuro. Climate Action 100 + ha già riportato delle vittorie nelle sue campagne per spingere le grandi aziende, che producono oltre due terzi delle emissioni inquinanti industriali globali, a impegnarsi in cambiamenti concreti. Lo scorso anno il colosso energetico Bp dopo una risoluzione proposta da gruppi attivisti e sostenuta dagli azionisti, ha deciso per la prima volta di dettagliare in un report quanto i suoi investimenti sono compatibili con gli Accordi sul clima di Parigi. La stessa adesione, gennaio 2020, di BlackRock al club della finanza “green” è arrivata dopo che Boston Trust Walden e Mercy Investiment Services hanno sottoposto una proposta in tal senso agli azionisti. Lo stesso hanno fatto con Vanguard Group e JpMorgan Chase.

Investitori e risparmiatori sono sempre più attenti, anche in Italia

Climate Action 100+ non ha il potere di obbligare le aziende a fare alcunché, ma conta su un discreto potere di persuasione, perché i suoi membri sono tutti azionisti delle 161 aziende monitorate. E le società quotate non possono dimenticarsi di soddisfare i bisogni degli azionisti.

E in Italia? Anche nel nostro paese l’attenzione si fa sempre più viva, sia da parte dei grandi investitori (banche, assicurazioni, fondi pensione) sia da parte delle famiglie che hanno messo da parte qualche risparmio e vogliono assicurarsi che venga gestito in modo responsabile. La seconda edizione della ricerca “Il risparmiatore responsabile”, condotta dal Forum per la Finanza Sostenibile insieme a Doxa, testimonia che l’84 per cento dei risparmiatori ritiene molto o abbastanza rilevante poter investire in aziende compatibili con i propri valori e il 68 per cento ritiene che i temi ESG – ambientali, sociali e di governance  -siano molto o abbastanza importanti nel mondo della finanza e delle banche.