Nonostante il coronavirus, le mafie restano in salute.

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Non c’è ancora un vaccino per eliminare le mafie. Le emergenze pubbliche aumentano la possibilità di guadagno per molte imprese, non solo per le organizzazioni criminali, ma queste ultime in particolar modo ne hanno un doppio vantaggio: affari e silenzio. L’abilità delle mafie è sempre stata quella di riuscire ad applicare schemi commerciali vincenti a prodotti di volta in volta più convenienti ed è così che hanno investito in imprese multi servizi (mense, pulizie, disinfezione), ciclo dei rifiuti, trasporti, pompe funebri, distribuzione petroli e generi alimentari. Ecco, quindi, come guadagneranno.

Cosa fanno i clan al tempo del Coronavirus?

È quasi impossibile capirlo ora, ma possiamo cogliere già dei segnali. Dall’osservazione di questi giorni sembra emergere che le mafie non fossero in possesso di informazioni maggiori rispetto agli altri. Nemmeno la mafia di Hong Kong (le potenti Triadi) aveva anticipato i tempi orientando i suoi affari in vista della pandemia. Ora quello che sta accadendo dal Messico al Kosovo, dall’Italia all’Iran è che le mafie si stanno muovendo verso la grande speculazione.

Qualsiasi emergenza monopolizza l’attenzione mediatica.

I meccanismi criminali non occupano più il loro spazio nelle cronache, l’imperativo della sopravvivenza domina su tutto. Inoltre, in Paesi come l’Italia rallenta in forma finale la già compromessa macchina giudiziaria. La pandemia è il luogo ideale per le mafie e il motivo è semplice: se hai fame, cerchi pane, non ti importa da quale forno abbia origine e chi lo stia distribuendo; se hai necessità di un farmaco, paghi, non ti domandi chi te lo stia vendendo, lo vuoi e basta. È solo nei tempi di pace e benessere che la scelta è possibile. Basta guardare il portfolio delle mafie, per capire quanto potranno guadagnare da questa pandemia. Dove hanno investito negli ultimi decenni? Imprese multi servizi (mense, pulizie, disinfezione), ciclo dei rifiuti, trasporti, pompe funebri, distribuzione petroli e generi alimentari.  Le mafie sanno ciò di cui si ha e si avrà bisogno, e lo danno e lo daranno alle loro condizioni. Il business criminale vero non è quello dei furti di mascherine destinate alla rivendita. Turchia, India, Russia, Kazakistan, Ucraina, Romania hanno fermato o ridotto le esportazioni di mascherine; 19 milioni di esemplari (tra Fpp2, Fpp3 e chirurgiche) sono bloccati all’estero, nei Paesi di produzione o in quelli di transito verso l’Italia. Chi negozierà gli sblocchi e i transiti, secondo voi? E cosa succederà quando il cibo o la benzina inizieranno ad avere una distribuzione più lenta? Chi riuscirà ad aggirare divieti ed elargire beni senza soluzione di continuità? Le mafie. Ecco perché non bisogna creare allarme sulla possibilità di reperire cibo. Bisogna mettere in sicurezza gli esercizi commerciali che vendono al dettaglio i beni di prima necessità facendo nuove assunzioni, aumentando la turnazione e gli stipendi; ogni chiusura favorisce solo le organizzazioni criminali.

È nella stagnazione dell’emergenza che vedremo il potere delle organizzazioni criminali, non in queste prime fasi, in cui si è portati a vedere solo l’eroismo e l’abnegazione dei singoli e l’intervento di uno Stato che si muove perentorio per rispondere alla crisi assumendo il volto del salvatore (sarà solo dopo che ci troveremo ad analizzare le mancanze, i tagli alla sanità, lo stato di degrado in cui versano molti ospedali pubblici, gli stipendi da fame riservati ai ricercatori).

C’è un elemento nuovo in questa situazione.

Sino ad ora le mafie hanno sempre potuto contare su affari che coinvolgevano, anche in circostanze di emergenza, movimenti di materiali, di mezzi, di persone: dai terremoti, alle alluvioni, alle inondazioni. Per la prima volta si devono relazionare con l’isolamento, con il non-movimento delle persone, con l’immobilità. La domanda non è se di questo sapranno approfittare, ma come. Come riusciranno a trarre vantaggio dalle code infinite per entrare al supermercato, dalla difficoltà di fare la spesa online, dalle mascherine e dai disinfettanti introvabili, dalla perdita di lavoro che sta interessando il settore della ristorazione e del commercio in un Paese già segnato dalla disoccupazione?

E cosa accadrà dopo, quando l’emergenza sanitaria sarà finalmente passata?

Come i migliori manager, le mafie stanno pensando anche a questo. Per ogni imprenditore sano che sta rischiando di chiudere il proprio ristorante o il proprio negozio, c’è un clan che è pronto a intervenire per strozzare o rilevare. Se lo Stato non agisce sin d’ora sulle aziende in crisi, se attenderà una fase di minore allarme, sarà tardi, tardissimo. Dove il Coronavirus non arriverà, arriveranno le mafie il cui principio di autorità è ottenuto tramite violenza e danaro pagato subito.

Con l’attenzione rivolta al Coronavirus, c’è il rischio che le organizzazioni criminali proliferino.

La macchina giudiziaria è ferma, i controlli ai porti sono diminuiti e la criminalità organizzata gestisce molti servizi essenziali mentre l’esercito e la polizia sono impegnati nella lotta al Coronavirus. I dati forniti dal Viminale ci dicono che i reati predatori, come le rapine, sono in forte diminuzione (calano persino del 60%, in alcune città anche dell’80%). Ma le mafie, da molti anni, sono diventate invisibili. Fanno attività di business sotterranea, con accaparramento di aziende per riciclare denaro. Diminuiscono i furti, ma aumentano i cyber-attacchi. Le mafie sfruttano in minima parte queste attività. Non sono collegate. Quando utilizzano la rete lo fanno per uno scopo preciso: trasferire denaro.

Quali sono i pericoli in ambito sanitario?

La sanità è stata sempre un vecchio pallino dei mafiosi, producendo materiale sanitario. Negli ultimi anni questo un po’ meno, perché le aziende che forniscono apparecchiature per gli ospedali devono dare molte garanzie che ne assicurino la trasparenza. Ma oggi, con l’emergenza, bisogna stare attenti. Ogni Stato è disposto a reperire materiale sanitario da chi può. Attenzione soprattutto ai Paesi esteri, a quali società vendono materiale e a quale prezzo.

28 marzo 2020 – Coronavirus, a Gioia Tauro requisite 19 tonnellate di materiale medico sanitario
Oltre 300mila guanti sterili e 9mila dispositivi endotracheali da Cina e Malesia

Le parole di Alfonso Sabella, simbolo di lotta alla corruzione e al malaffare.

Le parole di Sabella ci guidano ad analizzare come la criminalità organizzata si adegua all’emergenza sanitaria per continuare il proprio multiforme business criminale e a controllare i territori e i traffici nei quali i clan hanno radicati interessi.

In foto Alfonso Sabella il magistrato (alla cui figura è ispirata la serie tv “Il Cacciatore”) che ha catturato, tra decine di altri mafiosi, anche Giovanni Brusca e Leoluca Bagarella, i boss di Cosa Nostra che hanno sfidato frontalmente lo Stato durante la sanguinosa stagione stragista degli anni Novanta. Poi da amministratore capitolino è stato il primo a combattere i clan del litorale romano con provvedimenti mai realizzati in precedenza come l’abbattimento degli stabilimenti balneari illegali e degli esercizi abusivi controllati a Ostia dalla criminalità organizzata.

Un paese blindato e mobilitato contro il Coronavirus rischia di avere minori forze e risorse da destinare al contrasto delle mafie?

“I magistrati impegnati nel contrasto alle mafie non si sono certo fermati e continuano a lavorare con la stessa determinazione di prima, magari da casa o con sistemi di collegamento a distanza: sappiamo benissimo che abbassare il livello di guardia in un momento delicato come questo avrebbe conseguenze gravissime per la stessa tenuta democratica del Paese”.

In territori controllati dai boss, anche un’epidemia (con i provvedimenti d’urgenza che richiede e senza i consueti controlli delle procedure d’assegnazione degli appalti) può diventare occasione di guadagno per il crimine organizzato come accaduto per i terremoti?

“Il rischio c’è indubbiamente: ed è alquanto elevato e, soprattutto, non riguarda solo l’attualità. È evidente che anche quando sarà scampato il pericolo, e speriamo che ciò avvenga il prima possibile, il nostro Paese si troverà in un momento di particolare fermento assimilabile a un dopoguerra e, per recuperare il tempo perduto e rilanciare l’economia, lo Stato dovrà intervenire pesantemente sul sistema produttivo e sulle grandi opere investendo consistenti risorse tra cui anche quelle che l’Europa sembra ci abbia messo a disposizione”.

Quali effetti prevede da questa situazione di gravissima allerta pubblica?

“Il Paese non può e non deve fermarsi per la paura delle mafie o della corruzione ma deve andare avanti dimostrando, una volta per tutte, che è possibile gestire rapidamente l’assegnazione di pubbliche commesse e controllarne adeguatamente l’esecuzione rispettando, anche nelle procedure semplificate, i principi di non discriminazione, concorrenza, trasparenza, efficienza, economicità. Ma per far ciò non ci si può affidare al caso o alla fortuna ma occorre, innanzitutto, che l’assegnazione degli appalti e delle forniture venga affidata a persone realmente capaci e oneste senza guardare alle loro parentele o appartenenze politiche; e ce ne sono tante tra i dirigenti di cui il Paese dispone”.

Cosa si può fare per correre ai ripari?

“L’ideale sarebbe concentrare in pochissime stazioni appaltanti la gestione degli investimenti, evitando distribuzioni a pioggia delle risorse economiche e prevedendo un’autonoma, e agile, struttura di controllo in grado di isolare rapidamente eventuali indici di distorsione dell’interesse pubblico senza determinare ritardi e imporre inutili pastoie burocratiche. Purtroppo, so già che questo non avverrà a causa di quella erronea interpretazione del concetto di decentramento che molti pensano che debba estendersi fino alla scelta del loro contraente. In parole più chiare: a un sindaco o a un presidente di municipio non dovrebbe interessare chi gli fornisce la cosa o chi gli esegue l’opera che egli ha ritenuto necessaria per l’interesse della sua collettività ma solo che, in tempi rapidi e nei limiti dell’impegno di bilancio che, sempre lui, ha individuato, quella cosa gli venga effettivamente fornita o che quell’opera sia realmente eseguita”. “Temo- prosegue Sabella- che l’inevitabile crisi economica che si sta già determinando e che ha già colpito e colpirà ancora più pesantemente i lavoratori autonomi e quelli precari, possa determinare gravissime carenze di liquidità a molte piccole imprese e spingere sempre più individui verso la soglia di povertà così favorendo esponenzialmente le attività usurarie che, soprattutto in alcune zone del centro-sud, ormai costituiscono una delle principali forme di arricchimento e sopraffazione di cui dispone la criminalità organizzata. Non bisogna arrivare impreparati a quel momento ma occorre che anche il sistema creditizio si renda più flessibile e più attento alle esigenze di questi individui pure rinunciando a una parte del profitto e assumendo su di sé qualche rischio in più”.

Le mafie cambiano le forme, i campi di azione, le strategie criminali: si insinuano nelle attività economiche e creano nuove zone grigie di corruzione e complicità, sono un cancro per la società e un grave impedimento allo sviluppo. Perciò, occorre vigilanza, e la consapevolezza deve farsi cultura.
Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in occasione della Giornata nazionale della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime delle mafie.
Fonti e link

La mafia del Coronavirus. Dalla droga alla sanità, la pandemia aiuta l’economia criminale – Roberto Saviano 22 marzo 2020 per @larepubblica

Virus, è allarme mafie”Trasporti e sanitài settori più a rischio” – Alessandro Rosi 23 marzo 2020 per @lumsanews intervista Lirio Abbate, vicedirettore de @L’Espresso

L’emergenza coronavirus non porterà ad alcun arretramento nella lotta alle mafie – Alfonso Sabella 22 marzo @agenpress