L’informazione di valore

Pubblicato il Pubblicato in OSINT - Resquon in blog

Il Web ha reso disponibile un’imponente quantità di dati che con metodi rigorosi vengono raccolti, misurati e analizzati al fine di creare Rapporti Informativi su persone o società, fornendo notizie utili, che permettano ai nostri clienti di conoscere rischi economici o reputazionali nella valutazione degli attori chiave, siano essi partner o competitor.

L’INFORMAZIONE DI VALORE

Resquon effettua la valutazione reputazionale basandosi sulla capacità di raccogliere informazioni, mediante la consultazione di fonti di pubblico accesso, conosciuta come OSINT (Open Source Intelligence). Come teniamo alla qualità delle nostre fonti, osserviamo con interesse alla prima “rivoluzione” che riguarda social media e i grandi investimenti pubblicitari.

Proprio in questi giorni ha avuto inizio una campagna di boicottaggio pubblicitario che interessa Facebook, a cui stanno aderendo rapidamente le principali società del mondo, con lo scopo di far pressione sul colosso dei social media per rimuovere post e frasi con contenuti d’odio, discriminatori e offensivi.

La campagna STOP HATE FOR PROFIT, lanciata da Free Press e Common Sense Media in America, ha lo scopo di invitare le principali aziende mondiali a unirsi al boicottaggio.

Da quando è stata lanciata, oltre 160 aziende hanno aderito, tra cui Verizon Communications, Unilever Plc, Coca Cola, e il colosso degli alcolici Diageo che hanno firmato un accordo per interrompere l’acquisto di annunci pubblicitari sulla più grande piattaforma di social media del mondo, per l’intero mese di luglio.

Anche Starbucks ferma la pubblicità sui social media.

La catena di caffè statunitense si prende una pausa da “tutte le piattaforme social” e annuncia di avere avviato discussioni interne, con i media partner e le organizzazioni per i diritti civili per fermare la diffusione del discorso d’odio sulle piattaforme. L’azienda precisa che comunque continuerà a pubblicare sui social, ma eviterà ogni promozione.

I promotori sperano di incoraggiare anche i grandi inserzionisti in Europa a prendere una posizione più dura riguardo Facebook. Un primo segnale arriva dalla Commissione europea che a giugno ha annunciato nuove linee guida per le aziende tecnologiche, tra cui Facebook, che dovranno rendere pubblici i rapporti mensili sulla gestione della disinformazione legata al coronavirus. Nonostante sia Google che Facebook e Twitter abbiano accettato, non si capisce ancora quando e come questi rapporti dovrebbero essere prodotti: le big tech, infatti, non sono legalmente tenute a produrli. Inoltre, non ci sono ancora indicazioni chiare su cosa dovrebbero contenere esattamente, e le piattaforme stanno ancora decidendo quali dati includere. Se maggiori informazioni potrebbero aiutare a coordinare le risposte alla disinformazione nel settore tecnologico, non è chiaro se la richiesta della commissione produrrà dati utili.

Non è un caso se il 10 giugno scorso, la Commissione europea ha accusato pubblicamente Cina e Russia di “minare il dibattito pubblico democratico” attraverso “operazioni di influenza e diverse campagne di disinformazione”. Mentre – tra i nuovi piani annunciati per combattere le falsità online – la Russia era già stata menzionata per il suo ruolo da diffusore di fake news, ora la Commissione ha parlato esplicitamente di Pechino come fonte di disinformazione. Dall’inizio della crisi sanitaria globale a gennaio, mentre la disinformazione russa cercava di minare la fiducia delle persone, la Cina ha spinto sulle piattaforme occidentali una narrativa pro-cinese, cercando di far passare il messaggio per cui Ue e Usa avrebbero fallito nel rispondere alla pandemia da Covid-19.

FACEBOOK, LA PUBBLICITÀ DA 70 MILIARDI

Rispondendo alle richieste di intensificare gli sforzi, Facebook ha riconosciuto che c’è ancora molto lavoro da fare e sta collaborando con gruppi per i diritti civili ed esperti per sviluppare gli strumenti per combattere il dilagare dell’odio nel social. Facebook ha aggiunto che l’intelligenza artificiale, da loro sviluppata, gli ha permesso d’ individuare il 90% dei contenuti d’odio, prima che gli utenti lo segnalassero.

L’aumento delle adesioni alla campagna, al di fuori degli Stati Uniti, ridurrà una parte consistente delle entrate pubblicitarie di Facebook, ma probabilmente non avrà un impatto finanziario rilevante. Unilever, ad esempio, si è impegnata a mettere in pausa le inserzioni a pagamento su Facebook negli USA per il resto dell’anno ma ciò rappresenta solo il 10% del totale stimato di ben 250 milioni di dollari che la multinazionale spende annualmente in pubblicità su Facebook.

Le politiche adottate da Facebook per contrastare il fenomeno, hanno danneggiato la sua percezione e il suo patrimonio. La ritirata degli inserzionisti intanto ha fatto perdere a Mark Zuckerberg il podio dei super ricchi.

Secondo l’indice Bloomberg il fondatore di Facebook è diventato più povero di 7,2 miliardi di dollari dopo che nella sola giornata di venerdì Facebook ha bruciato 56 miliardi di dollari al Nasdaq, spingendo il patrimonio personale di Zuckerberg a 82,3 miliardi, superato dal patron di Louis Vouitton Bernard Anrnault, che sale sul podio insieme a Jeff Bezos e Bill Gates.

Stop Hate for Profit ha delineato una serie di richieste, che includono un processo di moderazione e maggiore trasparenza su quanti episodi di incitamento all’odio vengono segnalati e per interrompere la generazione di entrate pubblicitarie da contenuti dannosi.